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Assoimprese, affidata al professor Manfredi un’analisi sulla situazione socio-economica

Allo studio i provvedimenti governativi in riferimento all’emergenza Covid-19

Assoimprese Verona ha comunicato, con orgoglio, che il proprio “Centro Studi” ha incaricato il prof. Francesco Manfredi, ordinario di Economia aziendale, dell’università “LUM – Jean Monnet” di Bari e direttore della School of Management e prorettore della Formazione manageriale postgraduate della LUM di Milano, Bari e Trani, di formulare un’analisi sulla situazione socio-economica in relazione ai provvedimenti governativi e/o regionali in riferimento all’emergenza Covid-19, con annessa proiezione sull’effetto del c. d. “lockdown” e le prospettive per il futuro del settore produttivo, con particolare riferimento alle Pmi.

«Ringrazio il professor Manfredi», dichiara il presidente di Assoimprese Verona, Luciano Giarola, «per aver messo a disposizione del nostro “Centro Studi” la sua professionalità e anche per la chiarezza dell’analisi. Il coraggio di dire le cose come stanno e non come ce le raccontano, è una cosa che abbiamo sempre apprezzato, ma oggi l’apprezziamo più che mai. Per noi, infatti, è importante capire il vero scenario che ci aspetta, al fine di poter svolgere nel modo migliore il nostro ruolo di associazione sindacale di categoria, fornendo ai nostri utenti tutti gli strumenti per affrontare nel migliore dei modi i prossimi mesi, che saranno tanto difficili quanto decisivi».

Abbiamo pertanto chiesto al Prof. Francesco Manfredi di darci subito un suo punto di vista sulla situazione attuale.

“Il mio invito è quello di non perdere tempo, e invito il Governo per primo a non perderne altro, con questo stillicidio di rinvii di settimana in settimana, con stime e decreti parziali, continuamente da rivedere, da correggere, da integrare, perché le aziende non possono lavorare in queste condizioni. Bisogna essere consapevoli che a giugno saremo solo a metà del guado, sperando che nel frattempo la cosiddetta Fase 2 sia stato pianificata in modo realmente efficace e che le Regioni e le imprese non siano state abbandonate a se stesse. I numeri veri e le prospettive su cui decidere una risposta finalmente seria sono molto chiari e ormai largamente condivisi. Per ogni mese di blocco il sistema economico perde circa 50 miliardi; prima di 6 mesi, sforzandoci di essere molto ottimisti, è impossibile che possano riprendere i normali cicli aziendali, anche perché difficilmente saranno pienamente ripresi i processi di acquisto e di consumo dei cittadini. Pensate solo al settore del turismo o a quello della ristorazione. E in sei mesi si corre il rischio di una perdita di PIL vicina ai 300 miliardi.

Visti i numeri appena ricordati, peraltro confermati anche dalla nuova stima di Confcommercio ( -31,7% di consumi a marzo e -13% di PIL ad aprile), è evidente che lo Stato deve agire come se dovessimo realizzare una vera e propria ricostruzione, che è economica ma anche sociale. Per salvare almeno la parte sana o comunque salvabile del sistema economico, magari ipotizzando lo sviluppo di nuovi settori o attività strategiche, lo Stato deve iniettare subito 300 miliardi veri, non ipotetici come quelli visti fino ad ora. Non 5 che dovrebbero, sulla carta, diventare 200. Di questi 300 miliardi, 150 devono essere a fondo perduto e 150 di prestiti garantiti a tasso zero con rientro in almeno 15 anni. La scelta di costringere le imprese, anche quelle sane prima della crisi, ad aggiungere solo debito a debito, le farà morire comunque, se non nel breve, nel medio periodo, o impedirà di rimettersi in piedi agganciando la ripresa. Stime prudenziali parlano del rischio di una contrazione del PIL italiano tra l’8 e il 10%, le stime che giudico realistiche, anche secondo le nostre simulazioni, parlano del 15%. D’altronde, 50 miliardi di perdita mensile per 6 mesi tra lockdown e tempi di ripartenza fanno 300 miliardi, che è il 16,6% del PIL 2019. I numeri, purtroppo, sono questi, inutile credere o sperare in una miracolistica super ripresa di fine anno, che non potrà mai esserci se le aziende usciranno seriamente danneggiate se non morte. Senza impresa, soprattutto senza piccolissima, piccola e media impresa, senza imprenditori laboriosi, tenaci e quindi in grado di produrre e distribuire valore, c’è solo il reddito cittadinanza, cioè l’elemosina di Stato che non può durare a lungo se qualcuno non produce ricchezza.

La valutazione dell’impatto dei decreti “economici” del Governo è largamente negativa.

Se analizziamo il cosiddetto Decreto Cura Italia bastano pochi numeri per comprenderne la “portata”. In esso vi è un potenziamento della CIG in deroga di 2,3 miliardi e degli ammortizzatori per gli autonomi di 2,2 miliardi; cifre totalmente inadeguate per fronteggiare efficacemente una situazione in cui il 36,5% dei lavoratori è a casa e in cui si è generata una perdita mensile, solo per autonomi e liberi professionisti, di circa 25 miliardi al mese. Un’iniezione globale di risorse pari a 1,2 punti di PIL, che non copre neppure la metà della perdita mensile di PIL. Un pannicello che, quando arriverà, non sarà più neppure caldo.

Il decreto “Liquidità”, se possibile, è ancora peggiore: non è stato dato nulla a fondo perduto alle imprese, i tempi di rientro di 6 anni non sono sostenibili per realtà stremate e peraltro già con esposizioni debitorie, l’efficacia per chi può accedere non è neppure immediata perché la maggior parte delle aziende non ha ancora approvato il bilancio 2019, e in più non ha nessuna efficacia per tutte le imprese con problemi non ancora risolti dopo la precedente crisi o che comunque le banche, i veri e ultimi decisori, non ritengono affidabili e pertanto meritevoli di credito. Quindi, un decreto che a parole sarà anche epocale, ma che nei fatti è poco efficace per il presente e assolutamente non in grado si sostenere le imprese quando cercheranno di riprendere il cammino.

Tutto questo, purtroppo, non mi stupisce, si è già vista una grande approssimazione del Governo nella gestione della fase dell’emergenza sanitaria, era prevedibile accadesse lo stesso con la gestione dell’emergenza economica.

Quello che mi stupisce, che mi amareggia, e che dovrebbe amareggiare tutti gli imprenditori seri, è che diverse componenti della rappresentanza imprenditoriale non abbiano avuto il coraggio di prendere una posizione chiara e forte davanti a questo scempio”.

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