Il fatto di cronaca avvenuto a Cerea fa emergere ancora una volta un tema che da anni stiamo sollevando a gran voce: l’immigrazione è una priorità da affrontare a livello nazionale con determinazione, lucidità e concretezza.
“Per questo non accetto lezioni né speculazioni politiche da chi parla di questi problemi soltanto quando accade un episodio di violenza per racimolare qualche consenso. Da tempo chiediamo risposte più forti e concrete da parte dello Stato, in termini di certezza delle pene, controllo dei confini, espulsioni più rapide ed efficaci, diverse regole d’ingaggio delle forze dell’ordine, utilizzo dei militari per il presidio non solo delle grandi città”, ha sottolineato il sindaco Franzoni.
“Questa è oggi la priorità, a mio avviso, per Cerea, per la Bassa Veronese, per le grandi città e, temo, in generale per tutta l’Italia. Ci sono problemi, seppur di diverso impatto e per diversi motivi, provocati dall’immigrazione irregolare fuori controllo e altri provocati da italiani di seconda generazione, nella maggior parte dei casi di origine magrebina” ha evidenziato.
“Sempre più spesso – racconta – ci troviamo di fronte a giovani nati o cresciuti in Italia che dimostrano di non volersi integrare. È una questione culturale che va affrontata senza ipocrisie: alla base devono esserci il rispetto della persona, delle regole e della legalità. Quando questi valori vengono meno, le conseguenze possono essere gravi. A Cerea non ci limitiamo alle parole. Contrastiamo il degrado, effettuiamo sgomberi, collaboriamo nelle attività di identificazione e manteniamo alta l’attenzione sul caporalato. Abbiamo investito sulla sicurezza come pochi altri Comuni in provincia: uno dei più alti rapporti tra agenti e abitanti della provincia, turni serali della polizia locale, anche qui tra i pochi Comuni della provincia, supporto della vigilanza privata, incremento della videosorveglianza e strumenti operativi come il taser”.
“Stiamo facendo tutto ciò che è nelle competenze di un’amministrazione comunale. – ha aggiunto – Ma ciò, probabilmente, non basta. Da anni chiedo, con altri sindaci del territorio, più strumenti per le forze dell’ordine, norme più efficaci e una presenza più forte dello Stato. Serve fermezza verso chi delinque, ma serve anche un lavoro alla base, per inculcare il rispetto verso il territorio ospitante. Gran Bretagna, Belgio, Francia, Svezia e Germania: tutte Nazioni che hanno affrontato prima di noi questi problemi hanno messo in campo i “progetti formativi” culturali per aiutare l’inserimento. Hanno tutti fallito. Ora la Svezia sta tentando la carta al contrario. Il modello alternativo è quello statunitense o australiano: appena esci dalle regole condivise, c’è solo una strada, quella che porta al ritorno nel proprio Paese di origine”.
“I sindaci – ha concluso – possono presidiare il territorio e investire risorse. Lo stiamo facendo e continueremo a farlo. Ma fenomeni di questa portata richiedono una strategia nazionale chiara e concreta. La sicurezza non si garantisce con i commenti del giorno dopo: si garantisce con regole, controlli e con uno Stato più presente, incisivo e vicino di quanto sentiamo ora”.



