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Storie di legalità: i ragazzi dell’Ic Legnago 2 incontrano Ignazio Cutrò

Lunedì 13 aprile h.10.00 aula lingue della sede “G.B. Cavalcaselle” dell’IC 02 di Legnago: aula gremita dagli alunni delle classi terze dei plessi compreso anche Terrazzo.

Entra un signore alto, con i capelli ricci castani, sorridente, gioviale e simpatico. Il nome e il cognome non sono veneti: Ignazio Cutrò, dice la circolare di scuola, testimone di giustizia. I ragazzi incuriositi da quella presenza, dal nome, si chiedono quale sarà l’argomento di oggi… “Mafia” dice qualcuno degli studenti, “Sicilia” sussurrano con un fil di voce, come a voler nascondere un segreto.

Sì, ma pian piano tutto si chiarisce; il DS Emanuele Andreose presenta il personaggio misterioso: “Ignazio Cutrò è un imprenditore e testimone di giustizia di Bivona, paesino dell’entroterra siciliano nella provincia di Agrigento” dice il Dirigente. E la storia della sua famiglia diventa un corto animato proiettato sulla Lim. “Tufo”, questo è il titolo dell’opera prodotta da “Ibrido studio” e selezionata al “Festival International du film d’animation” d’Annecy in Francia. Uno speciale TV diretto da Victoria Musci, che racconta di Ignazio, Giuseppina, Giuseppe e Veronica e di come abbiano rifiutato il ricatto della mafia.

Le immagini scorrono, gli studenti attenti non si perdono una parola, stanno vivendo una realtà che non conoscono, che non immaginano, un paesaggio bucolico fatto di capre, montagne, paesaggi crudi, ma bellissimi e… mafiosi purtroppo. Conoscenti che si sono allontanati, dopo le denunce del sig. Cutrò alle forze dell’ordine, da lui e la sua famiglia, perché seguiti dalla scorta giorno e notte. Solitudine, angoscia, paura di non farcela, scelte difficili, intimidazioni, minacce e un’impresa distrutta. Ignazio Cutrò è tutto questo.

“Ad oggi posso dire di aver subito più di 30 attentati all’interno del mio cantiere” dice Ignazio Cutrò, scusandosi della sua commozione che si ripete ogniqualvolta vede il film come a rivivere quei momenti, erompendo il clamoroso applauso a fine corto “ma non mi sono mai arreso, non ho mai pagato il pizzo -continua- . Il testimone di giustizia è colui che crede nella Legalità, colui che sceglie di testimoniare nelle aule dei tribunali giudiziari, anche a rischio della propria vita”.
Attraverso parole piene di sofferenza, Cutrò ha raccontato di sognare ancora di poter tornare a fare l’imprenditore e vivere con dignità nella propria terra, la Sicilia.

“Mi manca tantissimo fare il mio lavoro – ha ricordato -. Di notte sogno ancora di lavorare nei miei cantieri”. Purtroppo, ogni mattina, svegliandosi ricorda di non essere riuscito a salvare la sua azienda a causa delle continue minacce mafiose. Non avendo più la sua azienda a causa delle continue minacce, che chiedevano il pizzo e bruciavano i suoi mezzi e macchinari di lavoro, sono venuti meno anche i soldi per poter vivere e pagare le tasse. Nonostante le difficoltà e le paure, Cutrò non ha mai cambiato idea. Per questo non ha mai lasciato la Sicilia.

 “Sono convinto che non dobbiamo essere noi a dover andare via da questa terra, ma i mafiosi. Ho avuto molta paura, ma sono fiero di essere siciliano”.

Per fortuna, oggi Cutrò vive ancora in quel paesino, è diventato nonno -lo dice con orgoglio e occhi lucidi- i suoi figli vivono bene al nord con le loro famiglie, ogni tanto li raggiunge e approfitta per divulgare nelle scuole, associazioni ed enti pubblici la sua esperienza contro la mafia, per parlare ai ragazzi invitandoli a reagire e a denunciare i bulli. Oggi ha un lavoro grazie a una legge, che consente ai testimoni di giustizia che si trovano in condizioni di difficoltà economiche di essere assunti nella pubblica amministrazione. Peccato che, secondo l’associazione fondata da Cutrò, l’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia, siano ancora molti, troppi, i testimoni di giustizia che attendono un impiego per poter vivere dignitosamente. Cutrò conclude che ha scritto un libro dal titolo “In culo alla mafia” e lo dice scusandosi con i ragazzi della parolaccia “sì, è vero ragazzi, nel mio libro c’è una parolaccia: “Mafia”! e lo dice sorridendo della sua stessa battuta!

E.G

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